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/ 12 feb 2014

Beautiful People

Fiorentini, "soulchef" della cucina italiana

Enrico Fiorentini_M:Comunicazione

di Micaela Scapin
 
E’ lo chef dall’anima un po’ soul, un po’ house e un po’ funky. La stessa contaminazione con la quale, in maniera del tutto istantanea e naturale, crea i suoi piatti dagli accostamenti cromatici molto forti, dal gusto deciso, ma mai scontato. Le ricette rispecchiano la natura e l’identità di Enrico Fiorentini, executive chef del Canneto, ristorante dell’Hotel Sheraton Milan Malpensa: racchiudono sapori e profumi mediterranei, con un forte richiamo alla cultura fenicia, bizantina, ellenica e ispanica. “Osare attraverso i contrasti ed i metodi di cottura - spiega – rende tutto più frizzante, permette di non cadere nell’ovvietà e nella noia”. Perché, ci si può annoiare in cucina? “Assolutamente no. La cucina, come qualsiasi forma d’arte, è un’evoluzione continua. Presto molta attenzione alle “radiazioni culinarie” altrui e sono aperto a critiche, commenti, suggerimenti anche “dei non addetti ai lavori”. Ritengo che la materia prima vada rispettata e sia la vera protagonista della tavola e contenga la forza propulsiva creativa di chi la plasma e modella”.
 
E’ proprio la trasformazione della materia prima ad avvicinare lo Chef Fiorentini al mondo del food. Da bambino prestava attenzione alla manualità, ai semplici gesti compiuti dalla madre mentre preparava da mangiare e mondava fagiolini e piselli, assemblava tra loro gli ingredienti. Oggi con la stessa curiosità, con una meticolosità e un perfezionismo quasi maniacale, caratteristiche tipiche del suo segno zodiacale (capricorno, ndr), guida una brigata di 20 persone che serve circa 20mila coperti al mese. “A volte - spiega - la quotidianità di questi grandi numeri fa venir meno la voglia di creare, di emozionare e di emozionarsi con un nuovo piatto. Però sono soltanto momenti passeggeri perché, comunque, nell’ambito lavorativo ho piena libertà di lasciare libero sfogo ai miei guizzi creativi”.
 
Come nascono i piatti dello chef Fiorentini? “Dalla passione per questa professione che assorbe, prosciuga, richiede sacrifici continui, ma regala soddisfazioni immense, permette di conoscere persone meravigliose, offre la possibilità di cambiare, di evolvere, di non rimanere mai stanziali con la mente”.
 
“Dinamismo” è la parola chiave che esprime meglio di qualsiasi altra l’identità dello chef del Canneto restaurant; perché al suo lato soul, si deve aggiungere pure un pizzico di anima nomade. Con lo stesso sprezzo con il quale non sopporta la preparazione di piatti banali ed estremamente tradizionali, Fiorentini non ama la stanzialità. Per il gruppo Starwood ha lavorato in Egitto, Emirati Arabi, Siria, Bahrain, Milano; poi ancora Milano, Slovenia, Glasgow e Londra. Ha fatto parte dello staff del “Peck”, punto fermo della ristorazione milanese, guidato dallo chef francese Daniel Droudaine. Poi, è entrato a far parte della squadra di Claudio Tallarini e Danilo Angè agli “Orti di Leonardo”, sempre di Milano. Nel 1995 la svolta con l’ingaggio all’hotel “Duca” di Milano. “Sono molto legato a quest’esperienza professionale – ricorda lo chef – Proprio da qui, da questo hotel dall’ambiente esclusivo, raffinatissimo e curato nei più piccoli dettagli, iniziai a viaggiare per lavoro all’estero acquisendo know how, competenze, pragmatismo e professionalità”.
 
Lui si definisce “un orso da cucina” perché “è difficile fare amicizia e socializzare quando si concede anima, corpo e gran parte della vita privata a questa professione”. Certo, non si direbbe proprio guardando il suo profilo social in facebook: le fotografie dei piatti riscuotono molto successo e sono sempre cliccatissime, molte anche le blogger che hanno scritto di lui e della sua cucina. “Nei social e nei blog prevale il mio lato umano. Perché fondamentalmente ci vuole cuore per fare questo mestiere, per insegnare ai “miei ragazzi” a stare in cucina, ad essere una brigata compatta, a rispettare i tempi e gli altri, a non essere superficiali, a lavorare con meticolosità senza mai cadere nella banalità; ad equilibrare cuore e mente, a lasciare spazio alle emozioni perché if you aren't emotional you can't make business”. E diciamoci la verità: non c’è nulla di più triste di uno chef che non sa regalare emozioni. 
 
 

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